Lettera ad un marito che non tornerà
Caro Filippo,
dopo il rumore di questi giorni, ora tutto comincia ad avviarsi alla dimensione del silenzio. Squilla meno il telefono, che tanto ha squillato. Trilla meno il campanello, ché
sempre gente veniva a farmi visita per darmi conforto nei giorni successivi alla tua partenza. Tace il mio cuore, che tanto ha gridato. Ma il suo silenzio in alcuni momenti è più assordante del clamore che c’è stato intorno alla tua morte.
Il silenzio l’ho cercato da subito, l’ho chiesto anche alla marcia organizzata contro la violenza negli stadi. Nostra figlia apriva il corteo accanto alla sua migliore
amica. E’ bella nostra figlia, e così dolce, brava. Non vedrai la sua festa dei diciotto anni, e quella della fine delle superiori. E i fiocchi rossi della sua laurea, se vorrà continuare. Né vedrai il vestito bianco del giorno del suo
matrimonio, non l’accompagnerai all’altare. Non condivideremo forse la gioia di poter essere nonni, non vedrai fiocchi rosa o azzurri.
A lei la follia omicida ha tolto la gioia di avere accanto suo padre, di condividere con lui momenti belli e meno belli.
A me resta il silenzio, quel silenzio che ho chiesto e ottenuto altrimenti la marcia non sarebbe partita.
Il silenzio deve lasciar parlare i fatti: quella sera, in un momento di follia collettiva, di un rancore assurdo verso chi rappresenta le leggi di uno stato democratico,
qualcuno ti si è avventato contro e ti ha ucciso. Non sei caduto subito, hai continuato a fare il tuo dovere. Chissà, forse sentivi il dolore, ma non venivi meno al tuo dovere. Che senso ha uccidere chi per mestiere difende la vita di tutti noi?
Che senso ha andare allo stadio, un luogo di ricreazione e di passione, accecati dall’odio e pronti a colpire, e non invece disposti solo a sostenere la propria squadra?
A questi pensieri c’è una sola risposta: la verità. E io voglio giustizia. Giustizia e verità vanno insieme, credo che siano un diritto di tutti, a me vanno date.
Nel silenzio verso gli altri, solo a te potevo raccontare questo sordo, lacerante, acuto dolore. Io, in una terra di vedove di mafia, vedova dell’assurdo.
La violenza che ti ha ucciso non si è però esaurita in quel momento, ma continua. Lascia segni nella nostra famiglia, dove giorno per giorno si rinnova il dolore che fende
come una lama tagliente le anime e cuori.
La violenza continua nei pensieri dei tuoi compagni e dei tuoi superiori che debbono mettere in conto che anche lo stadio è un’ulteriore zona di frontiera, come la strada
e certi quartieri dove si muovono spacciatori, ladri e mafiosi .
La violenza continua costringendo chi crede nello sport a rinunciare a veder la squadra preferita mentre si cercano soluzioni che rendano meno pericoloso andare a
divertirsi.
E tutta questa violenza crea caos, rumore, impedisce di vedere se più in là si profila la speranza di un futuro migliore.
Voglio solo ritornare alla dimensione del silenzio, ed avere la possibilità di raccogliere i pezzi in frantumi della mia vita e tentare di rimetterli insieme per il bene
dei nostri figli.
Nel silenzio riprenderò prima o poi questo cammino assegnatomi, continuando a portarti dentro di me, orgogliosa di essere
Tua Moglie
Luigi Giachetta